L'Osservatrice Romana

La pubblicità per i prodotti fotografici

Monica Cillario

Una bella ragazza fa vendere molto più di un albero o di una casa: ovvero, com’è nata la pubblicità dei prodotti fotografici.

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Bises de Nice, Moscou et Tokyo. Fotografie di William Klein

Monica Cillario

Perché vedere le foto di William Klein? Semplicemente perché quelle di Klein non sono solo fotografie, dal momento che lui è uno dei due fotografi che hanno rivoluzionato la storia della fotografia, piaccia o non piaccia.

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Charles Negre, chi era costui?

Monica Cillario

Iniziò come pittore ma gli è stato dedicato un Museo della Fotografia. Perché? Provo a spiegarlo in questo articolo.

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La fotografia e il colonialismo, ieri e oggi

Monica Cillario

Fino alla prima metà del secolo scorso il Colonialismo era una realtà conosciuta ai più, ora invece se ne sa poco o niente, anche se in tutte le nostre città europee è forte la presenza di chi viene da quelle terre colonizzate. La fotografia contribuì a narrarci quella storia e, a ben vedere, continua a raccontarcela ancora oggi.

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Helmut Newton e le sue “Icones”

Monica Cillario

La grande esposizione dedicata al grande fotografo tedesco, naturalizzato australiano, Helmut Newton ha inaugurato la nuova sede del Museo della Fotografia di Nizza.

L'Osservatrice Romana

La fotografia è arte?

Monica Cillario

Giorni fa una mia conoscenza, su un social network che frequentiamo entrambe, mi ha inviato un articolo uscito su Fotocrazia – che come sicuramente saprete è il blog che Michele Smargiassi cura su Repubblica – in cui si disquisiva se la fotografia fosse o meno arte.

Giorni fa ho letto un’opinione espressa da Sebastião Salgado che diceva così: La fotografia è in via di estinzione: le restano al massimo 20 o 30 anni di vita. Siccome Salgado non è proprio il primo che passa per la strada, anzi è uno dei fotografi viventi fra i più premiati e apprezzati al mondo, le sue parole mi hanno fatto riflettere, molto. Il famoso fotografo brasiliano sostiene che la fotografia sta soccombendo e la sua estinzione è dovuta al fatto che quello che vediamo su Instagram o sui telefoni cellulari non è fotografia.

Le spose non sono solo quelle di maggio, ci si sposa infatti anche in estate, oppure in autunno o – perché no? – d’inverno (e a questo proposito, tempo fa ho letto su una rivista specializzata che dicembre è un mese molto gettonato per sposarsi).

 

Per la stragrande maggioranza di noi le vacanze sono ormai alle spalle, ma l’autunno ci riserva spesso ancora dei week end di relax, magari fuori città, in campagna, al mare, al lago o in montagna, in ogni caso a contatto con la natura che in questo periodo si tinge di colori meravigliosi e ci offre paesaggi splendidi da… fotografare.

È uno fra i più grandi fotografi del secolo scorso, ma ha dovuto attendere molto prima di esser riconosciuto come tale. Sto parlando di Jacques Henri Lartigue, e la mostra a lui dedicata presentata quest’estate al Teatro della Fotografia e dell’Immagine a Nizza rimane nella mia personale classifica come l'esposizione più intensa ed emozionante che ho visitato in questo 2016.

Di Arles, Osservatorio Digitale se n’è occupato a più riprese (l’ultimo in ordine di tempo è  il pezzo “Arles senza i Rencontres”, uscito a febbraio 2016), ma continuare a parlarne non è peccato, poiché questo piccolo paesino della Francia ogni estate dà vita ad uno dei pochi Festival in cui la fotografia è davvero al centro del mondo. Come sicuramente avrete capito sto parlando dei Rencontres de la Photographie, che in questa edizione si presentano particolarmente “incisivi”… a cominciare dai manifesti.

Ho sempre amato molto non solo il lavoro fotografico di Giovanni Gastel, ma proprio Giovanni Gastel come persona; tante sono le cose della sua attività ma anche del suo carattere che mi hanno colpita nel corso degli anni. Ciò che di lui mi ha indubbiamente più incuriosita è però la sua convinzione che in realtà la fotografia nasca oggi. Ossia, lui ritiene che l’elettronica legata alla fotografia in qualche modo segni la nascita della fotografia e la sua trasformazione in linguaggio.

Vi ricordate il settimanale Il Mondo, di Mario Pannunzio? Se non lo ricordate o se non ne avete mai sentito parlare - magari per motivi anagrafici - mi permetto di suggerirvi di fare una ricerca su Internet: vi si aprirà un mondo (e scusate il gioco di parole). Vi dico questo perché giorni fa, al Museo del Louvre di via della Reginella, a Roma, si è conclusa la personale “Il mio mondo”, del fotografo Paolo Di Paolo.

Silvia Camporesi | Osservatorio DigitaleÈ sicuramente l’artista del momento e altrettanto sicuramente lo è meritatamente. Sto parlando di Silvia Camporesi, che definire fotografa non è esaustivo, nel senso che è una fotografa perché si serve della fotografia per produrre le sue opere artistiche, oltre che per documentare, ma è prima di tutto un’artista e crea arte – anche – fotografando.

osservatorio digitale lo aveva già intervistato qualche anno fa, nel 2010 per l’esattezza. Ricordo una lunga e interessante intervista telefonica: lui a Venezia e io a Roma. Da allora però, ne è passata molta di acqua sotto i ponti, anzi, per rimanere in tema, c’è stata molta acqua alta a Venezia, forse troppa, e Graziano Arici ha deciso di trasferirsi in Francia, ad Arles per l’esattezza. In alcune interviste da lui rilasciate a diversi quotidiani nazionali avevo letto del suo archivio (immenso, importante, bello, ma rifiutato dal bel paese) e della sua decisione di lasciare Venezia e l’Italia. Avevo letto le polemiche, ma volevo sentire con le mie orecchie, capire bene la realtà dei fatti.  Così, dopo diversi miei sì, sì, vengo a trovarti, seguiti da  altrettanti rinvii, quest’inverno sono finalmente riuscita a raggiungerlo ad Arles. Mi ha accolta nel suo appartamento arlesiano, tipicamente bohemienne e molto accogliente e abbiamo chiacchierato… ovviamente di fotografia.

Arles senza i RencontresSe dico Arles, la maggior parte delle persone penserà ad una bella cittadina della Provenza e magari anche a Van Gogh (che qui soggiornò nel 1888, per circa un anno). Chi è legato al mondo della fotografia però, assocerà Arles ai Rencontres, ossia ad uno dei festival della fotografia più famosi d’Europa e probabilmente anche del mondo.

La fotografia è ormai parte integrante dell’esistenza di ognuno di noi: da quando i telefonini sono diventati l’estensione del nostro braccio, alzi la mano chi non ha mai scattato almeno una foto con il cellulare. Siamo circondati da immagini, tanto che la nostra può tranquillamente essere definita la societá delle immagini; ma quand’è che tutto è cominciato? Quando, scusate il gioco di parole, è stata scattata la prima fotografia della storia della fotografia? Insomma, quando e dove è nata la fotografia?

La fotografia in CinaPer uno di quegli strani misteri del webmondo, qualche tempo fa ricevetti un’e-mail con l’invito alla presentazione di una mostra. L’invito era in francese, così come il titolo della mostra: Du grain au pixel, une histoire de la photographie chinoise (“Dal grano al pixel, una storia della fotografia cinese”). Sembrava molto interessante ma poi, scorrendo la mail, mi accorsi che l’esposizione si teneva a Shanghai… insomma, non esattamente dietro l’angolo. A malincuore cestinai l’invito; però la curiosità sulla fotografia cinese rimase anche perché, lo ammetto senza problemi e con la più assoluta sincerità, sulla storia della fotografia in Cina non ero assolutamente preparata, ossia non sapevo praticamente nulla.

Se vi dico, andando in ordine sparso, così, come mi vengono in mente: La meglio Gioventù, I Cento Passi, La Piovra 8 (e 9), Non Essere Cattivo… vi cito solo alcune delle produzioni, cinematografiche e televisive, alle quali Angelo Raffaele Turetta ha lavorato come fotografo di scena. Parlare di lui significa infatti parlare di uno dei più amati ed apprezzati fotografi di scena del cinema italiano (amati ed apprezzati sia sul piano professionale che umano, poiché Angelo è una delle persone più gentili che si possano incontrare in un mondo difficile e rissoso come di fatto è quello del Cinema).

Nella storia della fotografia il genere autoritratto ha avuto fin da subito un posto d’onore e molti grandi fotografi lo hanno praticato trasformandolo, a volte, in un vero e proprio genere artistico. Ancora oggi è molto amato, apprezzato e praticato ma, per favore, non confondetelo con il selfie.

La Polaroid è (o forse sarebbe meglio dire “è stata”) l’icona pop di un universo incantato alla portata di tutti. Ma quando parliamo di Polaroid, dove finisce la fotografia e inizia l’opera d’arte?

Vivian Maier | Osservatorio DigitaleSe aprite il Dizionario della Fotografia a cura di Robin Lenman per i tipi di Einaudi, nell’edizione del 2008, alla lettera “M”, Vivian Maier non la trovate citata nemmeno per sbaglio (e lo stesso vale per tutti gli altri dizionari di fotografia). Il 2008 è dietro l’angolo eppure, all’epoca, il mondo della fotografia ignorava ancora l’esistenza della Maier. La storia della scoperta di questa donna del mistero è ormai arcinota: nel 2007, uno sconosciuto di nome John Maloof comprò ad un’asta una scatola di negativi che il battitore aveva presentato come scatti su Chicago. Maloof all’epoca stava scrivendo un libro su un quartiere di Chicago e per questo pensò di acquistare quei negativi, cui però poi inizialmente non fu particolarmente interessato, tanto che la scatola finì in un armadio per circa due anni.

La fotografia vanta ormai una storia discretamente lunga, nel corso della quale ci sono state alcune scoperte che ne hanno decisamente modificato lo sviluppo. Nell’ormai lontano 1888, un certo signor George Eastman rivoluzionò la fotografia inventando il primo apparecchio fotografico portatile: la Kodak. D’improvviso tutti potevano scattare delle fotografie e questo fatto scatenò lo sdegno di numerosi fotografi professionisti, indignati appunto perché avevano l’impressione che chiunque, anche privo di qualunque talento, per il solo fatto di possedere una fotocamera Kodak, potesse sentirsi investito dal sacro fuoco dell’arte ed essere autorizzato a definirsi artista o quantomeno fotografo.

A volte le città di provincia offrono opportunità inaspettate e Nizza non fa eccezione. Abituata a Roma che, per quanti difetti abbia, non è comunque mai a corto di mostre da visitare per colmare i momenti di spleen che sempre più spesso accompagnano la nostra frenetica vita moderna, soggiornando a Nizza avevo paura di non trovare abbastanza cose da vedere; per quanto turistica, è pur sempre una cittadina di provincia e quindi spesso vista con la puzza sotto il naso da chi abita nelle grandi metropoli: anche la sottoscritta era caduta in questa trappola mentale… ma era uno sbaglio.

Fotografia vernacolare | Osservatorio DigitaleCon l’espressione fotografia vernacolare si intende l’applicazione della dimensione natia, privata, paesana o familiare, alla ripresa di un contesto. La fotografia vernacolare, o fotografia locale, è quindi l’insieme delle immagini scattate da persone comuni (non professioniste) alle situazioni della vita quotidiana, per uso personale. L’obiettivo è quello di catturare un ricordo o un momento introspettivo e particolare.” Questo è quanto si legge sul sito dell’Istituto Italiano di Fotografia alla voce “fotografia vernacolare”. Sì, ma… da cosa partiamo? Dall’etimologia della parola?

Giovanna Nuvoletti è una donna eclettica e molto, davvero molto, si potrebbe dire di lei: ad esempio come scrittrice e anche come direttrice della Rivista Intelligente, quotidiano on-line da lei fondato e diretto. Qui e ora voglio però parlarvi di Giovanna Nuvoletti fotografa, perché tale è stata (e in realtà lo è ancora, dal momento che dalla fotografia – quando la si pratica con professionalità e la si ama profondamente – non ci si dimette, è un modo di essere, un moto dell’animo).

© Musée Albert-Kahn, Departement des Hauts-de-SeineSi chiamano “Les Archives de la Planète” (Gli Archivi del Pianeta) e appartengono al “Museo Dipartimentale Albert Kahn”; si trovano a soli 20 minuti da Parigi, ma a tutt’oggi non sono ancora conosciuti come meriterebbero. Io stessa li ho scoperti quasi per caso e ne sono rimasta affascinata, tanto da volerne parlare per dare il mio piccolo contributo alla loro diffusione. Gli Archivi del Pianeta sono stati fondati nell’ormai lontano 1912 dal mecenate francese Albert Kahn e dalla nascita fino alla cessazione della loro attività furono diretti dal geografo Jean Brunhes. Contengono 4000 lastre stereoscopiche, 72000 autocromi e 183000 metri di pellicole e costituiscono quindi un fondo documentario unico al mondo.

Intervista a Frank Horvat | Osservatorio DigitaleIl 10 ottobre 2014, il Museo della fotografia e dell’immagine di Nizza ha inaugurato una personale di Frank Horvat dal titolo “La maison aux quinz clefs”. Horvat è un fotografo della scuola di Cartier-Bresson; incontrarlo è come toccare con mano uno dei mostri sacri della fotografia d’autore del secolo scorso: gli appassionati di fotografia lo sanno e per questo accorrono numerosi ogni volta che Frank Horvat si presenta in pubblico. Horvat stesso afferma di aver ormai raggiunto l’età in cui si riconsidera il proprio passato e si tirano le somme, cercando un senso.

Fabrizio La TorreLa Direzione degli Affari Culturali del Principato di Monaco presenta la prima retrospettiva dell’archivio del fotografo italiano Fabrizio La Torre, onesto testimone di un universo scomparso.

A Nizza c’è un luogo che ha conservato il fascino e la raffinatezza della Bella Epoque: sto parlando del Museo della Fotografia e dell’Immagine, situato in pieno centro città. Ex Teatro Artistico, dal 1999 la sua missione è la promozione e la diffusione dell’arte fotografica e dell’immagine e le mura delle sue sei sale ospitano via via tutte le diverse forme di espressione fotografica: dal fotogiornalismo alla comunicazione visiva, dalla fotografia del XIX secolo alle fotografie digitali di oggigiorno.

Luca Tranquilli intervistato da Osservatorio DigitaleÈ bello parlare di fotografia in ogni sua forma: parlare di tecnica, di fotografia d’arte, di festival di fotografia, di filosofia della fotografia (e proprio a questo proposito è uscito un libro molto bello: Filosofia della fotografia, a cura di Maurizio Guerri e Francesco Parisi, Raffaello Cortina editore, che consiglio a tutti gli appassionati). Insomma, di fotografia è giusto parlare in tutte le sue declinazioni, ma credo che sia utile arrivare poi anche al sodo e raccontare le storie di chi, con le foto, riesce a sbarcare il lunario. Eh sì, perché, nonostante la profonda crisi in cui questo settore versa, ci sono comunque – e per fortuna! - anche persone che con la fotografia riescono a vivere guadagnandosi uno stipendio.

Maggio, in Costa Azzurra, è stato un mese carico di impegni per i fotografi che collaborano con riviste di settore come quelle sportive o quelle dedicate al mondo dello spettacolo oppure al gossip (che va sempre di moda): nel giro di pochi giorni, uno dietro l’altro, ci sono infatti stati Il Grand Prix Historique di Monaco, il Gran Premio di Formula 1 di Monaco e il Festival di Cannes. Personalmente ero fra i fotografi accreditati per il Grand Prix Historique di Monaco, organizzato dall’Automobil Club di Monaco e sponsorizzato dal Credit Suisse.

Oggigiorno sono sempre più numerosi coloro che pubblicano in proprio i loro libri: semplici scribacchini o futuri Nobel per la Letteratura? A questa domanda risponderà il tempo, che è sempre galantuomo. L’uso di auto-pubblicarsi non è comunque una novità dei giorni nostri: già in passato alcuni lo fecero e con splendidi risultati. Uno fra tutti? Marcel Proust, che per ripicca verso il suo amico editore André Gide – il quale gli aveva rifiutato il manoscritto – decise di pubblicarsi da solo la “Recherche”. Un altro grande esempio di auto-pubblicazione? Virginia Woolf: insieme a suo marito si stampava i libri in casa.

Era il 2009, il sole stava tramontando ed ero appena uscita da un appartamento - l’ennesimo che visitavo - perché in quel periodo stavo cercando casa. Sicuramente molti di voi conoscono lo stress legato alla ricerca di un posto in cui vivere il meglio possibile, di un luogo a cui poter far ritorno, di una cuccia calda insomma, e io quello stress quel giorno me lo sentivo tutto sulle spalle, come un macigno. Ero a Roma in piazza Fonteiana, una zona al confine tra Monteverde Vecchio e Monteverde Nuovo, anzi, per alcuni è già Monteverde Nuovo. Come dicevo ero andata a visitare un appartamento che di bello aveva solo l’enorme terrazza all’ultimo piano: ero stanca e anche un po’ sfiduciata, pensavo che non sarei mai riuscita a trovare qualcosa di decente ad un prezzo accessibile; con me c’era un amico che, nel tentativo di distrarmi per tirarmi un po’ su il morale, mi disse: "Lo sai vero che Pasolini ha abitato proprio qui vicino, in via Fonteiana, e ha scritto “Le Ceneri di Gramsci” in quella stanza là, dove c’è quella finestra?".

“Si può definire propaganda qualunque messaggio il cui scopo sia quello di influenzare il comportamento delle persone a cui è diretto, facendo leva soprattutto sulle loro emozioni”, così è descritto il significato di “propaganda” nel “Dizionario della fotografia” a cura di Robin Lenman per le edizioni Einaudi. Sulla base di questa definizione appare chiaro che la fotografia ben si presta alla propaganda poiché è da sempre in grado di creare immagini che possono essere di forte impatto emotivo, inoltre esiste ancora oggi la convinzione: “la macchina fotografica non mente mai”.

Il grigiore dell’inverno e le temperature rigide a lungo andare intristiscono un po’, ma un modo per passare piacevolmente i mesi freddi c’è ed è visitare mostre. A Roma se n’è inaugurata una molto interessante pochi giorni fa e un’altra verrà aperta a febbraio. VISIVA e Officine International hanno da poco allestito al Museo di Roma in Trastevere una mostra fotografica dedicata al paesaggio, dal titolo “Il Paesaggio Italiano. Fotografie 1950-2010”. L’esposizione, curata da Walter Liva, presenta 134 fotografie che rappresentano un arco di tempo compreso tra il 1950 e il 2010 raccontando sessant’anni di storia del nostro paesaggio attraverso le diverse scuole di pensiero a cui sono appartenuti gli autori: si spazia dai pittorialisti, ai neorealisti, ai paesaggisti.

Rino Barillari | Osservatorio DigitaleRiuscire ad intervistare Rino Barillari non è impresa semplice: non che lui non sia disponibile, anzi, ma è in continuo movimento, sempre a caccia di scoop e va rincorso, esattamente come i personaggi che immortala in foto che da anni fanno il giro del mondo. Sia in Italia che all’estero è conosciuto come “The King” e re lo è davvero: è il re dei paparazzi. Il termine nacque con un’accezione non molto favorevole e nell’immaginario collettivo rimanda subito al fotografo della Dolce Vita di Fellini, incarnato da Walter Santesso e che nella finzione fotografica si chiamava Coriolano Paparazzo.

Marcello Geppetti | Osservatorio Digitale“Il fotografo più sottovalutato della storia”, così lo definì David Schonauer, editore di “American Photo” nel 1997 durante una mostra alla Robert Miller Gallery di New York. Ma chi era in realtà Marcello Geppetti? Sicuramente fece parte di quel gruppo di fotografi che ispirò Federico Fellini nel creare la figura del “Paparazzo” nel film “La Dolce Vita”. Geppetti però era molto più di un paparazzo, era un fotografo che attraverso i suoi scatti ha raccontato la trasformazione del nostro Paese dal dopoguerra agli anni di piombo e oltre.

Nel settembre 2013, a Roma si è inaugurato lo spazio VISIVA. Già fabbrica di legnami ai primi del ‘900, poi fabbrica di caffè e midollino, poi ancora supermercato, ora quest’area  in via Assisi 117 si è trasformata nella “città dell’immagine” e, con i suoi 7000mq, è lo spazio privato più grande in Italia nel suo genere. L’ambizione è quella di valorizzare il processo di crescita dell’imprenditoria culturale e creativa sul territorio italiano.

Le gallerie online sono in continua espansione, soprattutto per quanto riguarda il mercato estero (Paesi anglosassoni e Francia in modo particolare, mentre l’Italia rimane un fanalino di coda). Generalmente si tratta di siti che vendono opere d’arte di vario genere; tuttavia, negli ultimi tempi si stanno sviluppando e diffondendo anche gallerie dedicate specificatamente alla fotografia, e in particolare alla fotografia d’arte.

Sono nata per salire la scala della rispettabilità borghese e da allora ho cercato di arrampicarmi verso il basso, il più rapidamente possibile”. Diane Arbus ha scritto molte frasi che poi sono diventate celebri, però nessuna più di questa riassume meglio la sua essenza.

Investire in cultura in un momento di crisi come questo è un’impresa estremamente difficile, ma ciò non ha scoraggiato l’Auditorium di Roma che ha aperto un nuovo spazio di 750 metri quadrati tutti dedicati all’arte; una piattaforma esclusiva e anche un forte arricchimento per l’Auditorium stesso che ha voluto scommettere sulla diversificazione culturale offrendo al pubblico un’area che verrà dedicata a collettive, personali ed esposizioni. L’inaugurazione, avvenuta nei giorni scorsi, ha aperto con una mostra che sicuramente lascerà una traccia iconograficamente indelebile: “LIFE. I grandi fotografi”, questo il titolo dell’esposizione che durerà fino al 4 agosto 2013.

Basilico a MontecarloA febbraio un grande della fotografia, Gabriele Basilico, ci ha lasciato. Poche settimane prima, nel Principato di Monaco, era stata inaugurata una grande mostra: “Monacopolis”, di cui consiglio vivamente la visione e uno dei motivi per cui vale la pena vederla è che la parte esposta al Nouveau Musee National ospita, fra le altre cose, un lavoro di Basilico. Si tratta degli scatti di Monte Carlo che lui fece fra il settembre 2005 e il giugno 2006. Quelle fotografie ora si trovano esposte tutte lì, a Villa Paloma, e sono bellissime.

Robert DoisneauPalazzo delle Esposizioni, a Roma, commemora il centenario della nascita di un grande fotografo: Robert Doisneau. E lo fa con la mostra “Paris en libertè” (dal 29 settembre 2012 al 3 febbraio 2013). Il titolo non è  stato scelto a caso perché Doisneau è Parigi, una Parigi ormai scomparsa ma che è esistita e che ritroviamo reale, tangibile ed eterna nei suoi scatti.

L'8 gennaio 2012 a Villa Paloma, sede del nuovo museo nazionale di Monaco, si è conclusa l'esposizione "Du Rocher à Monte Carlo", che ha presentato una bellissima e poco conosciuta serie di fotografie originali del Principato di Monaco dal 1860 al 1880 facenti parte della collezione di Christian Burle e che ora appartengono al Palais Princier. La mostra fotografica era particolarmente ricca di originali dell'epoca molto ben conservati e l'eccezionalità dell'evento era data dal fatto che le fotografie venivano svelate per la prima volta al pubblico. Per gli appassionati della materia (e perché no?, anche del luogo) che non hanno potuto visitarla, ne consiglio il bellissimo catalogo edito dall'Automobil Club di Monaco: "La Photographie à Monaco, des origines à 1880", curato dallo stesso Christian Burle.

Estate, tempo di viaggi (forse), di vacanze (molto probabilmente), di tempo libero (lo auguro a tutti). Che farne però del tempo libero? Tutto o niente, perché anche il “niente” ha a volte il suo “perché” ben preciso e piacevole. Personalmente nei mesi estivi lavorerò ma prendendomi qualche pausa di “niente” appunto; un “niente” ben riempito, però.

Giorni fa su Repubblica è uscito un pezzo in cui si segnalava la prossima mostra su Francesca Woodman che verrà inaugurata a Roma. Questa fotografa è da sempre una fra le mie preferite e in più la mostra si terrà in un luogo a me molto caro (di cui qui su od mi sono già occupata: il Piccolo Museo del Louvre): per questo ho deciso di scrivere due righe anch'io su questo avvenimento che per studiosi e appassionati ha un peso di notevole importanza in quanto verranno presentati documenti inediti.

No, ma non si sente molto bene. Ne aveva parlato od nel numero di marzo segnalando l'evento (fra i pochi a farlo, questo va detto, dal momento che gli stessi organizzatori hanno giustamente lamentato il mancato rilievo dato all'evento da giornali e quotidiani): mi riferisco al Convegno "La Fotografia In Italia: a che punto siamo?" tenutosi a Milano e organizzato dalla Fondazione Forma per la Fotografia nella seconda metà del mese appena trascorso. Non ero in Italia e quindi non ho fisicamente partecipato alla tavola rotonda ma, grazie all'ottima organizzazione tecnica dei curatori, ho potuto ascoltare in podcast tutto il Convegno standomene comodamente a casa. Certo, non è la stessa cosa che vivere in prima persona l'avvenimento, però la registrazione è ottima e permette di farsi un'idea molto approfondita di quanto è stato detto e discusso sullo stato della fotografia.

Nel mese di ottobre mi trovavo a Vienna e alla Kunst Haus ho avuto l'occasione di vedere una retrospettiva dedicata a Tina Modotti. La mostra ha avuto un grande successo di pubblico e non c'è nulla di che stupirsi dal momento che la Modotti è sicuramente considerata una delle più grandi fotografe del secolo scorso; il catalogo è andato a ruba e la sottoscritta, arrivata troppo tardi, non ha potuto acquistarlo e nemmeno visionarlo. Tina Modotti è però stata valutata nella sua grandezza relativamente tardi se si considera che la prima importante esposizione a lei dedicata è avvenuta a Udine, sua città natale, solo trent'anni dopo la sua morte: mi riferisco alla mostra del marzo 1973 in occasione della quale venne pubblicato un volume, "Tina Modotti, garibaldina e artista", curato da Riccardo Toffoletti in collaborazione con Vittorio Vidali che fu suo compagno di vita negli anni delle lotte politiche dal 1930 al 1942; il libro in questione venne editato in tiratura limitata ed è ora molto ricercato dai collezionisti.

Intro Osservatrice RomanaMi sono spesso chiesta se esistesse uno sguardo maschile e uno femminile dietro ad una macchina fotografica, e la mostra "Donna: avanguardia femminista negli anni '70 - dalla Sammlung Verbund di Vienna", da poco conclusasi qui a Roma alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, è sicuramente stata un'ulteriore occasione per riflettere su questo punto. L'esposizione, nel suo genere, si è rivelata un'esperienza unica per visionare le istanze femministe nella fotografia degli anni Settanta: ben diciassette erano le artiste presentate e legate, a vario titolo, al movimento femminista di quegli anni: da nomi noti, come Francesca Woodman, Valie Export e Hannah Wilke, a fotografe come Cindy Sherman (di cui erano esposte le primissime opere datate 1975 e 1976 e poco note al grande pubblico) e Renate Bertlmann della quale, oltre alle straordinarie fotografie, erano presenti anche collage e disegni con matite colorate.

Negli ultimi mesi la città de L'Aquila (o, meglio, quel che ne resta) è stata una delle più fotografate al mondo. A poco più di un anno dal terribile sisma che l'ha sconvolta ho incontrato Danilo Balducci, un fotoreporter che a L'Aquila è nato, ci viveva e ci vive tuttora, e che la ama visceralmente come si amano le proprie radici. Ho scelto lui perché, al di là della sua bravura, Danilo ha vissuto la tragedia del capoluogo abruzzese non solo come fotogiornalista abituato a documentare, ma anche - e forse in questo caso soprattutto - come vittima diretta di un disastro che ha stravolto la vita di molti, la sua compresa. Qual è la differenza fra il fotografare un disastro umanitario come "freddo" inviato sul campo e fotografarlo invece facendone parte? Esiste questa differenza, o un fotoreporter rimane sempre e comunque un fotoreporter? Queste erano le domande che mi frullavano in testa quando l'ho incontrato e questo era ciò che mi interessava capire.