L'Armonia Nascosta

L'etica dello sguardo - La responsabilità dell'autore nell'epoca dell'intelligenza artificiale

Giorgio Di Maio

Oggi è possibile generare un'immagine attraverso poche righe di testo. Un prompt può produrre in pochi secondi ciò che fino a poco tempo fa richiedeva competenze tecniche, tempo e strumenti complessi. Di fronte a questa trasformazione, ha ancora senso parlare di etica dello sguardo?

Oggi è possibile generare un'immagine attraverso poche righe di testo. Un prompt può produrre in pochi secondi ciò che fino a poco tempo fa richiedeva competenze tecniche, tempo e strumenti complessi.
Di fronte a questa trasformazione, ha ancora senso parlare di etica dello sguardo?
Credo di sì. Anzi, forse oggi più di ieri.
L'etica dello sguardo non riguarda infatti la tecnologia impiegata per realizzare un'immagine, ma il rapporto di verità che l'autore instaura con ciò che desidera esprimere.
La grande rivoluzione del Movimento Moderno in architettura poneva la sincerità tra i propri principi fondamentali. La struttura doveva essere autentica, i materiali utilizzati secondo la loro natura, la forma dell'edificio coerente con la sua funzione. Venivano rifiutati il falso, l'imitazione e l'ornamento privo di necessità.
Frank Lloyd Wright espresse questa idea affermando che l'opera d'arte nasce dall'interno, come avviene per le opere della natura.
Per questo motivo non credo che sia l'impiego dell'intelligenza artificiale a determinare il valore di un'opera. È possibile realizzare opere autentiche anche attraverso un prompt, purché esso sia realmente l'espressione di una visione personale.
Scrivere un prompt significa tradurre un'intenzione interiore in un'immagine. Quando il risultato non coincide ancora con quella visione, il lavoro continua: si corregge, si riscrive, si ricomincia, finché l'autore non riconosce nell'immagine qualcosa che gli appartiene.
Ma proprio qui nasce anche il rischio. Nulla impedisce di fermarsi alla prima immagine seducente o di sovrapporre parole profonde a immagini prive di una reale necessità espressiva.
La tecnologia non può garantire questa sincerità.
Può soltanto metterla alla prova.
L'etica dello sguardo rimane quindi una responsabilità dell'autore.
Per quanto riguarda la mia ricerca, questa responsabilità assume una forma precisa.
Alla base de L'Armonia nascosta vi è la convinzione che la fotografia sia un atto di riconoscimento e non di costruzione. L'immagine non viene inventata, ma scoperta. Il fotografo cerca di riconoscere, all'interno del reale, relazioni di forme, linee, colori e luce che già esistono e che, per un istante, si manifestano come un'unità.
Da questa convinzione derivano alcune regole che accompagnano l'intera ricerca: nessun fotomontaggio o intervento che alteri la struttura originaria dell'immagine; sviluppo a fotogramma pieno, mantenendo integralmente il file RAW; unico intervento consentito, il raddrizzamento delle verticali per restituire correttamente l'assetto percettivo della scena.
Anche i titoli rispondono allo stesso criterio. Per evitare di imporre una lettura concettuale, ogni fotografia è identificata esclusivamente attraverso il luogo e l'istante dello scatto, secondo i dati registrati dalla fotocamera. Il titolo non interpreta l'immagine, ma ne documenta semplicemente l'esistenza.
Queste regole non intendono definire ciò che la fotografia debba essere. Definiscono soltanto il modo in cui io scelgo di praticarla.
In un tempo in cui è sempre più facile costruire immagini, continuo a sentire il bisogno di esercitare uno sguardo capace, prima di tutto, di riconoscere. Perché l'etica dello sguardo, almeno per me, non consiste nel rifiutare la tecnologia, ma nel rimanere fedele alla verità della propria ricerca.

 

Data di pubblicazione: luglio-settembre 2026
© riproduzione riservata

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