Editoriale

Novembre 2018, Anno XII, Numero 9

Ezio Rotamartir

In un periodo storico in cui l'attività giornalistica, storicamente simbolo e baluardo di libertà intellettuale e culturale, viene paragonata a sciacalli e meretrici da noti esponenti di chi gestisce la res publica, viene voglia di abbandonare tutto e dedicarsi ad attività meno impegnative e di certo più remunerative come il politicante dell'ultim'ora o altri impieghi meno nobili ma che lasciano le tasche e i conti correnti più gonfi. Se siamo ancora qua, alla soglia del tredicesimo anno, è solo ed esclusivamente per il rispetto che abbiamo dei nostri lettori e della amata fotografia.

©Puttane e giornalisti – OD93

In un periodo storico in cui l'attività giornalistica, storicamente simbolo e baluardo di libertà intellettuale e culturale, viene paragonata a sciacalli e meretrici da noti esponenti di chi gestisce la res publica, viene voglia di abbandonare tutto e dedicarsi ad attività meno impegnative e di certo più remunerative come il politicante dell'ultim'ora o altri impieghi meno nobili ma che lasciano le tasche e i conti correnti più gonfi. Se siamo ancora qua, alla soglia del tredicesimo anno, è solo ed esclusivamente per il rispetto che abbiamo dei nostri lettori e della amata fotografia.

Probabilmente qualcuno penserà che non spetta certo a una pubblicazione "leggera" come osservatoriodigitale toccare temi di stretta attualità come le esternazioni di un mini-ministro della Repubblica Italiana nei confronti di una categoria, come quella dei giornalisti, spesso vittima di errori di valutazione, coinvolta in querelle di bassa lega, travolta da scandali e pastette che hanno visto alcuni degli iscritti a questo albo nel corso degli anni ma che ha combattuto vere e proprie battaglie a favore di un raggiungimento della verità, di quella verità che fa comodo a tutti conoscere, quella che contribuisce alla costruzione di una vita basata su principi democratici e di libertà, garantiti a tutti, indipendentemente dal credo politico o religioso. Questo atteggiamento da chiesa settaria e dittatoriale assunto da alcune forze politiche che, purtoppo, sono espressione di un'opinione pubblica che ha formato la propria conoscenza del mondo sui social network e grazie alle indicazioni culturali provenienti dai reality show fa pensare e lascia molto amaro in bocca. La classe giornalistica, dal canto suo, ha aperto le sue braccia – è un fatto confutabile dal numero esoso di iscritti all'Ordine – al primo che passa, rispondendo alla prima esigenza degli Ordini professionali in questo paesello del sud Europa: più ce ne sono e più soldi entrano nelle varie casse: sfido chiunque a sostenere il contrario, altrimenti non si spiegherebbero gli strafalcioni negli articoli dei quotidiani o dei settimanali, anche prestigiosi, che troviamo ogni giorno in edicola o sul web. Questo atteggiamento tuttavia non cancella secoli di storia e di battaglie da parte di tutti coloro che hanno realizzato inchieste che a volte si sono rivelate delle vere e proprie indagini, rischiando la vita e, talvolta, perdendola, a favore di una manciata di parole da pubblicare che rivelasse qualcosa di illecito o di illegale. La cronaca ci ha raccontato, ahinoi, questo tipo di situazione non più tardi di un paio di settimane fa mentre non si ricordano, tra i nomi che oggi siedono su poltrone imbottite, viaggiano a spese nostre, mangiano e bevono gratuitamente gozzovigliando alla faccia nostra e parlano in nome di un popolo che nemmeno conoscono, facendolo spesso in un italiano decisamente discutibile, persone – o, meglio, personaggi che abbiano rischiato qualcosa di loro in nome di chissà quale battaglia sociale.

È tutta gente che parla, spesso, per sentito dire, politici dell'ultimo minuto che nulla sanno di informazione vera, di studio approfondito delle cose, ma aizzano la folla a suon di tweet e di post salvo doversi ricredere e smentire quando si trovano davanti a fatti e numeri che trovano un fondamento nella realtà, non nei concetti di qualche spin doctor uscito dalla prestigiosa alma universitate sita nella casa del grande fratello.

Detto questo vorrei invitare a un confronto proprio colui che ha definito noi giornalisti delle squallide puttane e degli immondi sciacalli, vorrei proprio confrontarmi con sua immensità sul piano culturale anche più basso, sulla vita di tutti i giorni, senza enfasi televisiva o alcuna retorica (sempre che conosca il significato di questi termini) per parlare di ciò che, evidentemente non sa proprio perché è ignorante, nel senso che ignora del tutto il terreno su cui ha mosso inavvertitamente i suoi teneri passi di amministratore pubblico.

Anche questa, amici miei, è fotografia: sì una brutta fotografia di questo nostro paese. Un'immagine delle tante che ogni giorno feriscono con la loro bruttezza i nostri occhi e, inconsciamente, la nostra anima. Figlie delle poca cultura che il digitale ha portato con sé, dove si realizzano e si propongono migliaia, milioni e addirittura miliardi di scatti tra i quali, di sicuro, ce ne saranno alcuni davvero buoni. Si va per tentativi poiché ci stanno facendo credere che l'esperienza e l'applicazione di una seria metodologia di studio non è più necessaria ma, vi assicuro, non è proprio così.

Grazie piccolo ministro e piccolissimo uomo di aver assimilato la categoria di giornalisti (che include con orgoglio i reporter e i foto-reporter) alla professione più antica del mondo: che sia di buon auspicio affinché anche la nostra possa durare ab eterno.

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