Editoriale

Marzo 2017, Anno XI, Numero 2

Ezio Rotamartir

 

©Eolo Perfido 2017

Eccoci di nuovo.
Questo numero non ne voleva proprio sapere di uscire ma, nonostante quasi tutto si sia messo di traverso eccoci qua, con le nostre notizie sulla fotografia e la grande voglia di ritornare da voi. Stiamo lavorando duro per portare alla luce un progetto che ci sta molto a cuore e che speriamo davvero di realizzare entro breve tempo: sarebbe un ottimo regalo per tutti voi ma, permettetecelo, anche tutti noi che osservatoriodigitale lo accudiamo e lo facciamo crescere ormai da undici anni.

 

Qualche giorno mi sono imbattuto in una sindrome tipica dei chitarristi, la cosiddetta G.A.S., che starebbe per Guitar Acquisition Syndrome, una malattia che affligge chi, appartenendo a quella categoria, non riesce mai ad averne abbastanza e si ostina a comprare chitarre su chitarre. Perché? Perché la chitarra più bella, la più utile e la più versatile per il proprio sound è quella che ancora si deve comprare.

Allo stesso modo mi è venuto da pensare al nostro mondo, quello dei fotografi professionisti ma, soprattutto, amatori (ma direi proprio amanti nel senso più pieno del termine) della fotografia e del mezzo che permette di acquisire le immagini; tutti ci innamoriamo di una fotocamera, di un obiettivo o di un accessorio, fosse esso un filtro o un treppiede: potremmo definirla una gear acquisition syndrome, una passione che ci farebbe comprare di tutto purché mirato alla conquista dell'immagine perfetta. In fondo, molto in fondo a ognuno di noi c'è la consapevolezza che la fotografia assoluta, quella che potrebbe garantirci fama e notorietà mondiale, potrebbe non aver bisogno di oggetti strani o esotici accessori ma, al tempo stesso, ci piace circondarci di ottiche e corpi macchina come se non ci fosse un domani. Lo so, è difficile da comprendere da parte di chi ci sta vicino ma non è affetto da questa passionale malattia...

 

David Rubinger 1924-2017

Paratroopers Then and Now ©AssociatedPress 2017

 

Passando a un argomento meno leggero è doveroso ricordare un grande fotografo, David Rubinger, scomparso lo scorso 2 marzo che, nella sua vita è stato forse l'uomo e il professionista che meglio ha raccontato al mondo le vicende belliche intorno al mondo israeliano e ai conflitti in Medio Oriente. Nato in Austria la lasciò quando questa venne annessa alla Germania nazista trasferendosi con la famiglia in Inghilterra. Da lì, dove servì come soldato della British Army, arrivò come fotogiornalista per The Observer nel 1969 nello stato della stella di David dove seguì la guerra dei Sei Giorni e, grazie a un'intuizione, fu il primo ad arrivare a Gerusalemme per la sua riunificazione. Fu in quell'occasione che scattò l'immagine di tre soldati sotto il muro occidentale della città liberata che fece il giro del mondo portando il suo nome alla ribalta. La foto, che prese il nome di Paratroopers, venne sempre guardata da Rubinger con una certa diffidenza ma, per il quarantesimo anniversario dell'evento, sempre il giornale inglese volle ritrovare i tre soldati di allora e lo stesso Rubinger per un'intervista e, una nuova foto.
Lascia un'eredità di oltre mezzo milione di fotografie e una vastissima testimonianza di questi ultimi cinquant'anni di vita nell'area mediorientale.

Un'ultima parola va alla foto di copertina, scattata da Eolo Perfido a Berlino, proprio al Memoriale dell'Olocausto. Potete leggere l'intervista a questo giovane fenomenale professionista proprio in questo numero.
Non mi resta che augurarvi buona lettura e buona luce con un arrivederci al numero di aprile.



Cerca su Osservatorio Digitale