Camera con vista

Il destino e i 272 anziani bambini

Walter Meregalli

Ratna mi aspetta angolo con Thamel Marg. È l’alba passata da poco, mi fermo a comprare due caffè d’asporto nella dhaba all’inizio del vicolo e m’incammino verso il mio appuntamento. È la terza mattina di fila che mi tiro fuori dal letto all’alba, mi butto addosso quello che mi è rimasto di indumenti puliti e esco...

©Walter Meregalli – 2019

Ratna mi aspetta angolo con Thamel Marg. È l’alba passata da poco, mi fermo a comprare due caffè d’asporto nella dhaba all’inizio del vicolo e m’incammino verso il mio appuntamento. È la terza mattina di fila che mi tiro fuori dal letto all’alba, mi butto addosso quello che mi è rimasto di indumenti puliti e esco.

Compro due caffè alla dhaba di fronte al mio albergo. Uno per me e uno per Ratna. Più che caffè, è brodaglia scura, ma. a quest’ora l’aria è ancora piuttosto fresca e buttar giù qualcosa di caldo fa sembrare l’alzataccia meno crudele.

Ratna mi saluta. È la terza mattina di fila che viene a prendermi col suo taxi scassato per accompagnarmi a Pashupatinath, nella periferia est della città.

«Tu strano» - mi dice, mentre mi invita ad accomodarsi sui sedili posteriori del suo taxi - «Ma voi stranieri tutti un po’ strani.»

Non gli era parso vero. Già doveva essergli parso strano quando, tre sere fa, prima che mi scaricasse allo stesso angolo dove mi aspetta ora, gli ho allungato una banconota da cinquecento rupie dicendogli che se ne voleva altrettante doveva presentarsi la mattina dopo, alle sei e trenta e portarmi a Pashupatinath.

«E se non vengo!?»

«Beh, se non vieni, vorrà dire che io ho perso cinquecento rupie e tu hai perso un’occasione.»

La mattina dopo Ratna mi aspettava all’angolo con Thamel Marg e non gli pareva vero che gli stessi dando un’altra banconota da cinquecento rupie per farmi accompagnare a Pashupatinath e che se mi avesse aspettato per riportarmi indietro gliene avrei date altre cinquecento. Con due corse e un po’ di tempo allungato sui sedili di dietro ad aspettare uno straniero strano Ratna si metteva in tasca più di quanto sarebbe riuscito a fare passando l’intera giornata a cercare di raccattare qualche cliente su Kanti Path.

Non gli era parso vero. E non gli era parso vero nemmeno quando gli ho chiesto di tornare anche la mattina dopo, tanto che ieri mi ha detto che non se la sentiva di farmi pagare millecinquecento rupie e mi ha proposto cinquecento per andare e altrettante per riaccompagnarmi in albergo a Thamel.

Perché non era giusto approfittarsi di certe benedizioni del cielo, mi ha spiegato.

Tutto è successo la prima mattina, quasi per caso, o per un disegno del destino, se preferite.

«Non c’è niente là a quest’ora, sahib

Ratna aveva cercato di mettermi in guardia e non aveva di certo torto.

A quell’ora, Pashupatinath era deserta, avvolta in una bruma umida che saliva dal fiume Bagmati e si mangiava i profili dei templi. A quell’ora, le pire era spente, i ghat deserti, le campane mute. Ratna mi aveva avvisato. Non avrei trovato nulla laggiù a quell’ora. Si sbagliava.

Una targa in ottone. ‘Briddhashram - Home for the Elderly’. Un portone in legno socchiuso. Non so nemmeno perché quella targa abbia attirato la mia attenzione e perché abbia varcato quel portone.

Senza una ragione apparente, mi sono ritrovato all’interno di un cortile quadrato, cinto da un porticato di colonne in legno scuro. Dentro, sparpagliati sull’erba umida del cortile, c’erano gruppetti di persone. Chi chiacchierava a bassa voce, chi pregava, chi leggeva un libro. Nessuno di loro parve dare troppo conto alla mia presenza.

La luce dell’alba s’era finalmente scrollata di dosso ogni indecisione e colorava di rosa intenso il cielo sopra quel quadrato di erba spelacchiata, rimbalzava sui ciottoli rossi del porticato e dipingeva una scena sublime, incantata.

Non ho resistito. Ho tirato fuori la macchina dallo zaino e mi sono avvicinato ad un’anziana donna che mi dava il benvenuto con un sorriso sdentato. Ho cominciato a scattare.

«E tu che diavolo ci fai qui!?»

Mi sono voltato. Una ragazza americana, tanto bella quanto incazzata. Il tono  della voce spigoloso e i modi nervosi.

«Allora!? Si può sapere che diavolo ci fai qui!?»

«Io!?»

«Vedi qualcun altro oltre a te?»

A dire il vero sì, ma ho scelto di non replicare e mentre la ragazza mi si è fatta sotto minacciosa, ho provato a dirle che volevo soltanto scattare qualche foto.

«Questo lo vedo, non sono stupida! Ma sai dove siamo!?»

A dire il vero no, non lo sapevo. Ho cercato di ricordarmi il nome che avevo letto sulla targa in ottone a fianco del portone. Mi era tornata in mente soltanto la parola ashram. Mi sono guardato attorno, ma quel posto non mi pareva né una spa, né un centro massaggi, né una scuola di yoga. Beh, qualunque cosa fosse quel posto, non mi pareva di certo un ashram.

«Siamo in un ashram

Mi sono sentito un idiota.

«Questo è un ashram, non un circo! Lei ha un nome… » - la ragazza ha indicato l’anziana che stavo fotografando - «Lei ha una vita, ha una storia!»

Mi stava incalzando e mi stava facendo sentire davvero stupido. Provai a giustificarmi, le dissi che non stavo facendo nulla di male, che ero un fotografo.

«Stavo solo facendo qualche foto.»

«È proprio questo il punto!»

Ho pensato di non aver capito bene.

«Tu non sai niente di lei, perché fotografarla?»

«Perché ha una bella faccia…»

«Fammi vedere.»

Non era un invito. Era un ordine. Le ho dato la mia Nikon e l’ho osservata passare in rassegna i miei scatti. Ho provato a dirle che non intendevo fare nulla di male, che non era mia intenzione creare dei casini, che se non si poteva, le avrei cancellate quelle foto.

«Le ho anche chiesto il permesso prima di scattare. Dai, sono solo delle fotografie.»

«È proprio questo che non riesci a capire, vero!?»

Mi stava forse compatendo!? Sì.

«Forza, aiutami. Dobbiamo servire la colazione per quelli che vivono qui. Io mi chiamo Nancy.» - e mi ha reso la macchina fotografica.

L’ho seguita in cucina. L’ho osservata prendere il comando, impartire ordini. L’ho aiutata a sistemare le tazze sui tavoli del refettorio, i piatti, le ciotole, i cucchiai. Dentro ogni tazza, una bustina di tè. A fianco di ogni tazza, un piatto con un roti appena sfornato e un porzione di marmellata. Poi un piatto di plastica, che Nancy riempiva con un pugno di cereali, e ogni tre tazze un piatto tondo d’acciaio con un po’ di frutta. Due uomini facevano il giro dei tavoli. Uno spingeva un carrello con sopra un pentolone, dentro dell’acqua bollente. L’altro, con un mestolo, riempiva le tazze allineate sui tavoli. Il pentolone avanzava tra i tavoli, spingendo in alto un pennacchio di vapore. Una surreale locomotiva, seguita da un terzo uomo che copriva i cereali con del latte caldo, versandolo da un fusto d’acciaio dell’Unicef.

Profumo di pane appena sfornato e di English Breakfast Tea. C’era un inconfondibile profumo di casa.

Poi Nancy ha ordinato che le porte del refettorio venissero aperte e li ho visti entrare.

In fila per due, come i bimbi di un qualsiasi asilo. Come i bimbi di qualsiasi asilo, si facevano scherzi di poco conto, si davano spintarelle, pizzicotti, si facevano linguacce.

Proprio come fanno i bambini, ma non erano bambini, erano anziani ed erano tantissimi.

Nancy si è sistemata all’ingresso e io al suo fianco, più per non andare alla deriva di fronte a quegli anziani bambini e alla loro disarmante e allegra fragilità.

La osservavo con la coda dell’occhio e copiavo ogni mossa che faceva. Li salutava tutti. Tutti! Chiamandoli per nome, inchinandosi, congiungendo le mani. Ma come diavolo faceva a ricordarsi il nome di tutti!? Erano tantissimi.

«Duecento settantadue.» - Nancy doveva avermi letto nel pensiero - «Ma non si presentano sempre tutti a far colazione.»

«Per fortuna.» - ho azzardato io.

«Non direi, alcuni non riescono più ad alzarsi dal letto.»

Per fortuna ero riuscito a dire io! E in quel momento mi sono rivisto ad armeggiare con la mia macchina fotografica, a ragionare di tempi e diaframmi per portarmi a casa un ritratto. Per fortuna, ho detto io, proprio quando quel ritratto mi passava davanti, assieme ad altri duecento settantuno anziani bambini. Proprio quando quel ritratto, del quale Nancy mi aveva accusato di non sapere nulla, neppure il nome, cercava il suo posto a sedere nel refettorio, la sua tazza di tè e i suoi cereali.

Mi sono sentito vuoto.

L’ultimo bimbo di quell’asilo ai margini del mondo ad entrare nel refettorio, quella mattina come tutte le altre mattine, è stato un vecchio con un cappello di lana grezza bianca calcato in testa. Piccolo, minuto. Una giacca azzurra che lo faceva ancora più piccolo e lo sguardo mutilato da una cataratta.

«Lui è Deepak Ji.» - ha detto Nancy.

Deepak le ha sorriso. Lei è affar mio, sembrava volermi dire con quel sorriso.

Poi mi ha squadrato con il solo occhio buono. Severo. Senza dire una sola parola. Chi è lui? Cosa ci fa qui? Ha chiesto a Nancy senza parlare.

«È un mio amico.» - ha mentito Nancy - «Fa il fotografo.»

Il vecchio ha titubato. Mi ha scrutato ancora, indeciso se convincersi che fosse o meno una cosa buona. Ho sentito il suo sguardo mutilato interrogare il mio sorriso ebete e io ho fatto la sola cosa che sono riuscito a fare. Ho congiunto le mani e chinato il capo.  «Namaskar, Deepak Ji

E Deepak si è allargato in un sorriso. Forse anch’io ero diventato affar suo.

Questo è successo due mattine fa. Così sono tornato anche ieri mattina a Pashupatinath. Prima di entrare nell’ashram, mi sono fermato in un negozio di frutta e verdura e ho comprato una decina di caschi di banane per duecento rupie.

Deepak era seduto sotto il porticato, sulla sinistra, appoggiato al suo bastone, con i piedi che non toccavano terra. L’anziano più bambino che mi era mai capitato di vedere. Mi ha fatto un cenno. Ha osservato le banane e mi ha sorriso. Duecento rupie. La felicità a volte può costare davvero poco.

E sto tornandoci anche questa mattina.

«Altre banane, sahib?» - mi chiede Ratna, che è sempre più convinto che io sia strano.

Altre banane e della cioccolata e un paio di manghi, qualche scatola di Choko Pops e qualche altra di biscotti secchi. Compro felicità per settecento rupie, ma il cambio in dignità, soddisfazione e orgoglio è immensamente più favorevole.

Duecento settantadue. Gli ospiti del ‘Briddhashram’, il ricovero per anziani senza famiglia di Pashupatinath sono duecento settantadue. Ho scattato settecentocinquanta foto e quando le ho riguardate mi è parso di non aver mai scattato ritratti migliori. Per ognuno di quei volti, Nancy ha scritto un paragrafo, un brandello delle loro storie, un aneddoto dalle loro vite, quando c’è riuscita, e quando invece non l’è stato possibile, soltanto il nome e l’età presunta.

Il destino o il caso, ognuno scelga quello che preferisce, mi ha fatto scoprire quell’angolo di compassione ai margini del mondo e lo stesso destino o caso ha poi deciso di cancellare gran parte dei JPEG con i quali avrei voluto documentare quella passione.

Ma destino o caso ha saputo farmi ragionare su come molte volte possiamo fare ben più che soltanto delle fotografie.

Data di pubblicazione: febbraio 2020
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