Editoriale

Ottobre - Dicembre 2026, Anno XX, N. 131

Ezio Rotamartir

Rieccoci, cari lettori, in pieno autunno! Spero che abbiate recuperato le energie, anche se, a guardare il mondo là fuori, il dubbio è che, oramai, un mese o più di ombrellone non basti a rimettersi in sesto.Come ogni settembre mi siedo davanti alla pagina bianca (pardon, allo schermo) in cerca di ispirazione. E come ogni settembre la cronaca fotografica non è stata prodiga: qualche presentazione di Canon, qualche novità di Sony, il solito carosello di sigle, megapixel e raffiche mozzafiato. Roba utile, per carità, ne parliamo nelle pagine del numero, ma...

Tra le righe dei comunicati stampa ho trovato un dettaglio che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia: le nuove fotocamere porteranno in dote una "firma digitale" che certifica che lo scatto è vero, cioè che non è stato generato né manipolato dall'intelligenza artificiale.

Ci ho pensato un po'. Anzi, parecchio. Una macchina fotografica che deve dimostrare di aver fatto la macchina fotografica! Siamo arrivati al punto che lo strumento con cui per un secolo e mezzo abbiamo documentato la realtà deve esibire il certificato di buona condotta, come uno studente a un esame di riparazione. Magritte ci avrebbe fatto un quadro: "Questa non è una fotografia", e sotto, in piccolo, il timbro del notaio.

Eh sì, perché la foto, per generazioni, è stata la prova. "C'è la foto, quindi è vero." Il reporter che tornava con lo scatto in mano era il testimone che nessuno poteva smentire. Oggi, invece, anche l'immagine più innocua (il tramonto, il gatto, il piatto di spaghetti) nasce con il sospetto addosso.

Ed è qui che mi scappa un sorriso amaro, perché mai come oggi fotografiamo tutto. Basta mettere il naso in un ristorante: il piatto, prima di essere mangiato, va ritratto da ogni angolazione, mentre il cameriere aspetta e la pasta si raffredda. Al concerto del cantante preferito si guarda il palco attraverso lo schermo del telefono, come se la vera esibizione fosse quella che finisce nella memoria del cellulare e non quella che avviene a venti metri. E poi i filtri, che ci regalano una pelle liscia e un sorriso da pubblicità, così che quando ci si incontra davvero, di persona, qualcuno fatica a riconoscere l'originale. Mai così tante immagini, mai così poca fiducia in quello che ci mostrano. Un bel paradosso, per un'epoca che si dice "visiva".

Mi direte: ma tu, che in questo mestiere ci sei da quarant'anni, non hai già visto tutto? Verissimo. Quando arrivò il digitale ci dissero che era la morte della fotografia vera. Poi arrivò il fotoritocco e fu la morte del fotogiornalismo. Poi i filtri sui telefonini, e fu la morte del buon gusto. Eppure siamo ancora qui, a discuterne.

Ma questa volta... Sono forse diventato un vecchio brontolone? Possibile. "Ai miei tempi si faceva così" è la frase che avevo giurato di non pronunciare mai, e invece eccola. Però permettetemi: stavolta è diverso. Prima si poteva ritoccare una fotografia; adesso si può farne una senza che nessuno abbia mai scattato niente. Non è più una questione di grado, è una questione di natura.

E allora serve la firma digitale? Serve, ci mancherebbe. Ma non basterà. Perché la fiducia, lo sappiamo bene noi che facciamo informazione, non sta in un chip. Sta nella faccia di chi firma, nella reputazione costruita in anni di lavoro, nella trasparenza della fonte. "Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", dice il proverbio: ma se non ci si fida più di niente e di nessuno, che cosa ci resta da raccontare e da fotografare?

Scusate la divagazione, sarà il rientro... Torniamo pure alle nostre sigle e ai nostri megapixel, che tanto, almeno quelli, sono certificati.

Come sempre buona lettura con osservatoriodigitale!

Arrivederci al prossimo numero,

Ezio Rotamartir

 

ps.: l'immagine di copertina è (ovviamente) generata con l'IA...