Luca MasaràTorniamo a Padova per incontrare Luca Masarà, fotografo professionista che si divide tra fashion e fotografia commerciale, intesa come realizzazione di immagini per la pubblicità di alto livello. Le sue immagini, mai banali, si possono trovare qua e là, dal web all’advertising, dalle pagine patinate dei giornali ai luoghi dell’arte visiva, realizzate nel mondo – quando lo richiede il soggetto, oppure scattate a titolo dimostrativo durante workshop di alto livello tenuti a colleghi che vogliono apprendere (almeno ci provano) e spiare le sue tecniche di illuminazione e ripresa. Masarà ha un rapporto importante con la luce, sia essa naturale o controllata, al punto che tende a utilizzarla in ogni sua forma se è quella giusta per ottenere uno scatto corretto. Da molti anni guarda attraverso l’obiettivo quello che poi sarà il risultato finale del suo scatto, passo ultimo della realizzazione materiale di un’idea, di un concetto, di un pensiero che ha sviluppato al momento esatto in cui gli è stato proposto un lavoro o, semplicemente, si è prefissato di fermare un preciso istante di vita. Quella che segue è una lunga chiacchierata a tutto tondo sulla fotografia ma anche sulla filosofia di vita di Luca Masarà, probabilmente ormai due aspetti che sono legati uno all’altro in modo indissolubile.

osservatoriodigitale: Parliamo della situazione generale, del lavoro: come va la professione dal tuo punto di vista?

Luca Masarà: Devo dire bene perché negli ultimi tre o quattro anni abbiamo sempre affrontato molti incarichi e il fatturato è sempre stato in crescita. Facendo i debiti scongiuri credo che anche l’anno in corso ci darà delle soddisfazioni. Ci sono dei momenti di rallentamento ma è fisiologico, anche in funzione dei calendari di molti eventi che hanno delle stagionalità precise.

©Luca Masarà – 2016 – Tutti i diritti riservati

od: Ti sento parlare al plurale: scusa, “noi” chi?

LM: Faccio riferimento al mio gruppo di lavoro che è piccolo ma è una squadra senza la quale non potrei realizzare il lavoro che poi viene pubblicato. Innanzi tutto c’è la parte principale del mio lavoro fatta di servizi di moda, che svolgo come Luca Masarà, mentre tutto l’ambito commerciale e industriale, cioè le fotografie per i cataloghi e le pubblicità, diciamo così per semplificare, di cui si occupa la società (la Masarà Minatti srl, ndr) che ho da tre anni con Georgina Minatti, la mia socia, che collabora con me da otto anni e svolge gran parte della ricerca e dell’organizzazione del lavoro, una parte assolutamente rilevante se si vuole ottenere un risultato di alto livello. Almeno è così per noi. Io credo che dietro a uno scatto ci debba sempre essere una ricerca, al fine di porre il soggetto in un contesto che sia quello più adatto; il tempo dedicato a queste attività credo sia altrettanto importante di quello passato scattando le immagini.

Un altro aspetto che considero fondamentale nel nostro modo di lavorare è sicuramente la contaminazione, soprattutto quella che arriva dagli scatti di moda, perché ci aiuta a realizzare delle foto che sono sempre un po’ esclusive e diverse dal solito proprio perché influenzate da qualche dettaglio che appartiene magari a un mondo diverso da quello del soggetto sul quale stiamo lavorando. Per fare un esempio veloce dirò che abbiamo realizzato un servizio su un hotel in stile anni ’60 e, in quel caso, l’abilità di Georgina nella ricerca iconografica dell’epoca ha aiutato moltissimo a dare un senso al sapore del lavoro finito.

Per chiudere il discorso sulla squadra adesso c’è anche Luisa Basso che si occupa della post produzione e dell’archivio.

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od: L’ambiente di lavoro, inteso come studio, è molto gradevole e ha una sua personalità data dalla forte presenza di strumenti in uso e non, come questo spazio dedicato a un ingranditore che ora è diventato un tavolo per le riunioni.

LM: Sì, a me piace lavorare in un ambiente che sia accogliente sotto tutti i punti di vista; è bello sentirsi un po’ a casa e questo si riflette anche nel modo di lavorare in generale: mi piace la serenità durante le fasi di lavoro e non tollero il nervosismo e l’isteria fine a se stessa, una costante degli anni ’80 dove c’erano molte star dietro l’obiettivo. Questo non significa che non ci sia un po’ di tensione, soprattutto quando scatti all’estero in posti che non potrai più utilizzare, dove non ti è concesso sbagliare ma questo è un altro discorso. Diciamo che, per usare un termine che mi è stato familiare, un po’ di sana tensione agonistica ci vuole.

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od: Perché dici che ti è stato familiare? Sei stato uno sportivo prima di fare il fotografo?

LM: Sì da giovane giocavo a football americano, un’attività che però coincise con la mia scelta di studiare e fare il fotografo. Cominciai proprio realizzando degli scatti alla mia squadra e fu li che capii che mi sarebbe piaciuto che quella diventasse la mia professione. Pur essendo cresciuto in un ambiente permeato dalla fotografia a livello professionale (il padre di Luca, Lauro Masarà, è stato uno dei primi grandi professionisti che si sono occupati di fotografia di turismo e industriale nell’area del Veneto, ndr) quando ero giovane la mia passione erano i motori e nulla mi faceva pensare che avrei fatto il fotografo. Invece fu la passione improvvisa a portarmi, come dicevo, su questa strada, intorno ai vent’anni. La cosa bella, ma anche molto impegnativa, fu che cominciai a fotografare utilizzando, ovviamente, l’attrezzatura che avevo a disposizione, quella di mio padre e più precisamente cominciai con una Sinar P1 13x18 e un corredo Hasselblad.

Non ho mai frequentato una scuola di fotografia e la mia formazione, oltre alla sperimentazione e al lavoro quotidiano, si è svolta sulla mia collezione di PHOTO (storica rivista francese che dal 1967 è un riferimento mondiale per chi fa fotografia, ndr) oltre che sui libri di pittura e di letteratura.

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od: Parlando di attrezzatura hai continuato su quella linea, mantenendo molto alto il livello del tuo corredo?

LM: Sì ma non è quello che fa la mia fotografia. Mi spiego meglio: possiedo e utilizzo molte fotocamere a partire da alcune Nikon fino ad alcuni corpi Hasselblad H4D e H5D ai quali abbino vari dorsi, dal 50mp al 200mp MultiShot così come una recente Leica Q. Sono tutti strumenti che mi aiutano a realizzare le mie immagini, a trasformare in “pixel” delle idee di fotografia che si generano nella mia testa. Nonostante si possa pensare che sia una specie di “integralista” della ripresa io non mi tiro mai indietro davanti alle proposte della tecnologia, cerco di utilizzare qualunque mezzo se ritengo sia quello giusto per quel tipo di immagine. Così potrebbe anche accadere che un giorno mi trovi a fare foto con un iPhone oppure, com’è successo, con una GoPro, tutti mezzi di ripresa che hanno in sé un’anima diversa, capace di adattarsi a progetti di natura diversa.

Per esempio mi è capitato di realizzare un lavoro interamente con la Leica Q proprio per il senso di reportage che dava agli scatti e, trovandomi a New York per quel lavoro, l’ho trovata semplicemente perfetta. Trovo sbagliato fossilizzarsi su un solo strumento anche se, quando lavoro in studio, prediligo scattare in medio formato per le possibilità che quel tipo di file generato dall’Hasselbald riesce a darmi, soprattutto in combinazione con l’illuminazione.

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od: A proposito di luci vedo che ne possiedi un parco davvero completo…

LM: È vero ma anche in questo caso è stata una scelta ponderata che si è sviluppata con il tempo. Adesso ho a disposizione praticamente l’intera gamma di illuminatori e accessori Profoto, dai B2 ai Pro8, con tutti i modificatori possibili siano ombrelli o softbox, ma è qualcosa che cresce con te, come avviene con le macchine fotografiche. Sono nato nikonista ma per come sono oggi ho un feeling particolare con Hasselblad e Leica, proprio perché mi piace lo stile fotografico di queste case. È praticamente quello che ho sviluppato con Profoto per le luci: mi piace molto la ricerca e loro riescono a soddisfare a pieno le mie esigenze. È comunque sempre una questione di gusti personali.

Ho iniziato a fotografare con la luce continua, che per me è stata una palestra importante soprattutto perché, a quel tempo, avevo soggetti molto difficili da riprendere come oggetti in acciaio inox, argenteria oppure in vetro: al fine di ottenere dei risultati che siano accettabili per un livello professionale devi imparare a gestire la luce in modo davvero preciso. Fu allora che cominciai a utilizzare dei flash (Bowens e poi Elinchrom) per sperimentare, per capire; anche in questo caso si evince che mi piace la ricerca, voglio sempre approfondire il risultato dato da un uso di tecniche diverse. Anche oggi che ho investito davvero moltissime risorse nei materiali e dispongo di ogni forma di sorgente luminosa professionale mi diverto sempre a provare qualcosa di nuovo e, a volte, di estremo: mi sono ritrovato infatti a realizzare degli scatti utilizzando una piccola torcia da pochi euro comprata da Decathlon perché mi dava l’effetto che stavo cercando in quel momento. Adoro cercare nuovi limiti, “spostare il bastone” come dico io verso l’alto ma seguendo sempre una regola d’oro, quella del buon gusto, che non dev’essere mai superato.

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od: E tutta questa ricerca, questo tuo spingerti al limite, l’utilizzo di apparecchiature sofisticate viene capito (e apprezzato) dal mercato?

LM: La situazione è cambiata, non c’è dubbio, e lo si capisce anche dal numero di studi fotografici e dalla loro conformazione; oggi ci sono molti meno studi grandi a favore di un numero crescente di micro studi o studi personali: con essi è cambiato anche il modo di lavorare e la mentalità. Molti professionisti amano “vivere” nel loro studio mentre a me, per esempio, piace moltissimo lavorare all’esterno e anche all’estero. Sono condizioni più a rischio ovviamente perché spesso non puoi permetterti di ripetere uno scatto o ripristinare le stesse condizioni di uno scatto precedente, ma questo fa parte dell’essere dei professionisti, imparare a non sbagliare.

Negli anni ottanta si tendeva a esagerare in un senso – dai budget per le location ai mezzi a disposizione – mentre oggi si tende a farlo nel senso contrario. Allo stesso modo, spesso, si comporta il committente di un servizio: la qualità dell’immagine viene sempre percepita come tale ma altrettanto spesso capita che ci debba piegare al fattore economico; lo studio, ad esempio, costa anche quando non si scatta, durante le fasi di ricerca, quando si studia e progetta come verrà realizzato il servizio ma a volte questo non viene capito o accettato.

Ci sono tanti esempi che si possono fare per far capire la differenza tra una fotografia di alto livello e una qualsiasi; prendiamo qualcosa di molto diffuso al giorno d’oggi come i menu a prezzo fisso: come si può pensare che gli ingredienti di un pasto completo servito a dieci euro possano essere di alta qualità? Ma la domanda vera è un’altra: come si può accettare dei compromessi così bassi? Eppure c’è sempre chi lo fa e questo paradigma si può applicare a molti altri settori, fotografia compresa.

Ripeto, secondo me tutto è opinabile ma c’è, a mio avviso, una soglia sotto la quale si scade nel banale e nello squallido ecco perché posso passare per un intransigente o un “talebano” quando dico certe cose ma è quello che penso. Già da quando ho cominciato a fare foto, quando ho capito che fotografare era davvero una cosa che mi piaceva, ho sempre scelto di tenere poche immagini perché erano poche quelle che mi piacevano davvero; da li è scattata la molla che ha mosso tutto, il desiderio irrefrenabile di migliorare, di imparare sempre, una voglia e una attitudine che continua anche oggi dopo ventisette anni di carriera.

Non amo la post produzione feroce ed è per questo che le immagini devono essere già buone quando vengono scattate poi puoi solo correggere un po’ il contrasto o nascondere qualche particolare minuscolo che prescinde dal soggetto ma non altro.

©Luca Masarà – 2016 – Tutti i diritti riservati

od: Prima parlavi di pittura e letteratura come strumenti di formazione…

LM: Credo che la pittura come la letteratura, la musica come la fotografia, le arti in genere siano tutte figlie della stessa madre; hanno tutte in comune la capacità di toccare l’anima della gente ed è proprio questa caratteristica che ti insegna, ti guida. A me è servito moltissimo osservare e studiare il lavoro dei grandi pittori come dei grandi fotografi. Ancora oggi lo faccio perché sono attratto dall’eleganza e dallo stile che si trovano nel lavoro di alcuni grandi professionisti: per fare un esempio seguo molto i lavori di Victor Demarchelier così come seguivo quelli di suo padre Patrick. Mi piace davvero molto il loro modo di raccontare la moda e, visto che rappresenta circa il 70%anche il mio lavoro, tendo a guardare con attenzione e ammirazione il loro uso della luce, delle inquadrature.

od: Come si svolgono le fasi di un nuovo lavoro?

LM: Al momento della richiesta da parte di un committente sviluppo subito una mia idea al riguardo ma, allo stesso tempo, ascolto con attenzione tutte le proposte del cliente, quelle che sono frutto del suo sentimento, del desiderio che ha di far apparire il suo prodotto. Dopo scatta la fase progettuale dove si studia e si ricerca ogni particolare, dall’ambiente alla luce adatta.

Durante la fase di scatto, soprattutto se sei in esterno, devi essere pronto a cogliere in modo positivo tutte le sollecitazioni che ti possono arrivare anche all’improvviso: se, ad esempio, hai pensato a uno shooting con la pioggia e ti appare un raggio di sole tra le nuvole devi essere pronto a cogliere al volo quell’opportunità e cambiare rotta al volo. Spesso in questo modo riesci a realizzare servizi magnifici carichi di un sapore particolare, esclusivo.

©Luca Masarà – 2016 – Tutti i diritti riservati

od: Insomma ti piace così tanto il tuo lavoro che ormai sei diventato anche un punto di riferimento per i tuoi colleghi e, spesso, ti chiamano per tenere workshop per Profoto e non solo.

LM: Sì a volte capita ma è sempre difficile incastrarli tra i miei impegni di lavoro che spesso, appunto, mi portano lontano dall’Italia.

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od: Un’ultima domanda. Ci spieghi la foto di copertina, quelle delle due schermitrici, dove l’hai realizzata e come?

LM: Quella è proprio un’immagine realizzata durante un workshop in cui dimostravo l’utilizzo delle luci e della ripresa ad alta definizione a una platea di colleghi. Le due ragazze, Maddalena Tagliapietra e Valentina Vianello, nazionali italiane di fioretto, si sono prestate per una dimostrazione e quello è il risultato: una serie di immagini (molte altre visibili sul sito di Masarà, ndr) nate al volo, senza troppa preparazione né post, solo con l’aiuto di tre punti luce, una coppia di Profoto Pro-8 con due flash Pro Twin e una coppia di D-1 come rinforzo, che mi hanno permesso di fermare ogni attimo dell’azione oscurando completamente lo sfondo, quasi a ricreare l’ambiente di una gara olimpica.

 

Parlare, anzi, chiacchierare di fotografia e di esperienze con Luca Masarà è stato un piacere grande, al punto che quello che doveva essere l'incontro di un'ora si è proptratto per l'intera mattinata: si dice che il tempo voli quando si sta bene ed è stato proprio così. Se vi capitasse di trovarvi nei paraggi quando c'è qualche workshop con Masarà non perdete l'occasione per andare a incontrarlo perché, oltre a imparare davvero tanto sulla fotografia e sull'uso delle luci, conoscerete una grande persona.

Tutte le immagini sono © di Luca Masarà. Maggiori informazioni sulle attività e altre immagini dei suoi lavori si possono trovare sui siti internet:

www.lucamasara.itwww.masaraminatti.it

Data di pubblicazione: maggio 2016
© riproduzione riservata

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